Lunedì 9 gennaio 2006
Una contrattazione al desk office ci consente di partire ma solo dopo diverse ore, e addirittura spezzando il gruppo (6 persone) su tre aerei diversi: Monaco, Londra e Francoforte. A parziale compensazione, alcuni di noi hanno la fortuna di viaggiare in business class… beh ragazzi questa proprio non ce la saremmo potuta permettere…
A S. Francisco, il gruppo si ricompone (un po’ frullato) e raggiunge compatto l’albergo a bordo di una vettura a noleggio.
Martedì 10 gennaio 2006
A questo punto prendiamo la seconda batosta delle missione: solo dopo esserci seduti, dopo qualche minuto ci rendiamo conto che stavamo per assistere al keynote su un maxischermo anzichè ‘in diretta’. Furiosi usciamo dalla sala e chiediamo giustizia, ma gli incaricati ci spiegano candidamente che solo 1500 persone (perlopiù invitati, stampa e v.i.p.) erano ammesse direttamente nella grande sala dove Steve stava parlando, tutti gli altri (la maggior parte) avrebbero assistito ad una videoproiezione: tanto valeva starsene in Italia!! L’unica cosa che possiamo fare è provare a chiedere un rimborso…misera consolazione.
Amareggiati e delusi, visitiamo allora il Macworld Expo; la fiera è di dimensioni inferiori a quanto pensassimo, ma la densità di espositori fa sì che vi dedichiamo buona parte della giornata. Concludiamo la prima giornata americana con un giro serale per le strade di S. Francisco, dove abbiamo la fortuna e il piacere di imbatterci in alcuni amici italiani: Emanuele Trussoni e Alberto Ricci di Ovolab, Antonio Dini di Macity, Dario Tortora di Applicando e il socio e donatore Walter Mandorino: neanche ci fossimo dati appuntamento!
Mercoledì 11 gennaio 2006 | Il garage dove tutto ebbe inizio
L’indirizzo del garage è noto: Los Altos, Crist Drive 2066 (ringraziamo William per la sua accuratezza), per cui lasciamo alle nostre spalle Cupertino e ci dirigiamo verso il limitrofo paesino di Los Altos, alla ricerca dell’agognato sito. La cittadina di Los Altos è fatta di edifici bassi, larghe strade (come nella maggior parte degli States del resto), e tante, tantissime case affiancate l’una all’altra, tutte uguali ma tutte diverse, rigorosamente in legno, rigorosamente con la staccionata bassa che divide i giardini delle rispettive proprietà, come tante volte abbiamo visto nei telefim di ‘Happy Days’. Piano piano, scorrendo lentamente quelle strade, con il sole che scendeva sull’orizzonte, sembrava quasi di rivedere i personaggi amici… e una straordinaria atmosfera di serenità ci invadeva; il paesaggio è estremamente gradevole, ci sono case curatissime e altre più dimesse, quasi tutte espongono la bandiera americana, moltissime hanno il garage e sopra di esso l’immancabile canestro per giocare a basket nel cortile. Affascinati dalla tranquillità dei luoghi, quasi non ce ne accorgiamo e imbocchiamo Crist Drive, dove al numero 2066 sapevamo esserci il luogo natìo di Steve che, lo ricordiamo, è stato adottato e quindi non ha mai conosciuto i suoi veri genitori. Qualche imbarazzo nel capire la posizione del garage, ecco… ci siamo… è qui.
E’ difficile, se non impossibile, spiegare che cosa abbiamo provato. Pensare che, a sedici anni, Steve in quel garage ha pensato e creato l’Apple 1 con l’amico Wozniak… quanti di noi alla stessa età hanno iniziato a cambiare il mondo? Che cosa ha fatto sì che in questo ragazzo adottivo ci fosse la scintilla dell’innovazione, della scoperta, della rivoluzione?
Siamo immersi in questi pensieri quando ecco che sopraggiunge dall’altro lato della strada un anziano signore, visibilmente incuriosito e anche un po’ preoccupato. Gli spieghiamo chi siamo, da dove proveniamo, perché siamo in adorazione davanti a quel garage. E lui si presenta:
‘Mi chiamo Gene’ – dice, ‘e sono il proprietario di questa casa. Ho conosciuto Steve da quando è arrivato qui, con i suoi genitori adottivi, l’ho visto giocare e crescere, e ricordo benissimo quando si vedeva con il suo amico d’infanzia Stephen… Ricordo anche perfettamente quel pomeriggio, sì era un pomeriggio estivo, sapete quelle giornate afose d’agosto, quando corse da me, io stavo annaffiando il giardino, e in mano aveva una cosa strana, tutta piena di fili…’
Gene, guarda! Guarda qua che cosa abbiamo fatto!
E io gli chiesi, un po’ seccato: che cos’è quella roba?
E’ un apparecchio elettronico, è come una di quelle cose grandi che usano nella grandi industrie, alla Nasa, alla IBM, ma questo è piccolo, è trasportabile, lo si può usare in casa: è un computer personale, insomma!
E che me ne faccio di quella roba? – gli chiesi stupito
Beh, non lo so… lo puoi collegare all’apparecchio televisivo e scrivere!
Come collegarlo all’apparecchio televisivo? Per scrivere? Che diavolo dovrei scriverci sopra?
Ma non lo so, i tuoi appunti, le cose da comprare per la casa, ecco tua moglie potrebbe annotarvi sopra le ricette di cucina!
Ma Steve, mia moglie le ricette le scrive su un quaderno, cosa vuoi che me ne faccia di quell’aggeggio… come hai detto che si chiama? Computer, o roba del genere
Gene, non capisci… non capisci, fa niente adesso devo andare
Li guardai tornare indietro, percorrere il breve tratto di strada che separa tuttora la mia abitazione da quella dei suoi genitori, e pensai scuotendo la testa che doveva essere anche un po’ strano quel ragazzo, con tutte quelle manie di roba elettrica.
Poi, con il passare dei mesi, vidi sempre più strane persone venire davanti a quel garage; prima ragazzi della sua età, poi uomini d’affari in macchine sempre più grosse, addirittura con delle limousine; e infine, un bel giorno sparì e non ne seppi più nulla per molto tempo. Solo più avanti compresi che quel primo apparecchio che avevo visto avrebbe cambiato per sempre il panorama mondiale di quello che all’epoca era un mondo sconosciuto: l’informatica.
I genitori adottivi di Steve sono morti entrambi, ora in quella casa vive la seconda moglie del padre adottivo; Steve viene qui a trovarla più o meno una volta all’anno, non manca mai di farlo; e io oggi ripenso alla mia superficialità nel giudicarlo, pensate: ho una figlia della sua età, quando cominciai a capire che cosa stava diventando sperai tantissimo di poterli vedere sposati insieme, ma nulla da fare… che occasione mancata!’
Ascoltiamo Gene incantati, quasi inebetiti; nessuno ha la forza di scattare una foto, o di registrare l’incredibile racconto che ci regala; l’amico Emanuele Donetti gli fa ancora qualche domanda, scopriamo anche che è stato in guerra, è un veterano, come molti in america. Poi lentamente torna alla sua abitazione, lasciandoci una straordinaria sensazione, quasi come esserci stati anche noi, in quel pomeriggio, con lui e Steve.
Lo ringraziamo e gli chiediamo un ultimo favore, una foto ricordo.
Risaliamo in macchina, frastornati e quasi ubriachi dalle emozioni, un ultimo sguardo alla casa di Steve, di sbieco, attraverso i finestrini della nostra automobile, e poi proseguiamo il nostro viaggio. L’entusiasmo che abbiamo provato visitando la sede di Cupertino qui si sono arricchite di una vena romantica che ci terrà compagnia per il resto della nostra permanenza in California, regalandoci una serie di ricordi incancellabili. La serata di mercoledì si conclude alla volta di San Josè, alla ricerca del celeberrimo Computer History Museum, ma non abbiamo le indicazioni esatte e ci perdiamo per la città.
Giovedì 12 e Venerdì 13 gennaio 2006
Sabato 14 gennaio 2006
All’interno scopriamo che l’esposizione al pubblico è solamente un 10% del patrimonio del museo, che è costituito da tutte le marche e i modelli di tutti i computer mai prodotti, con un particolare orientamento verso l’epoca ‘pre-personal’, ossia quel periodo storico in cui i computer pesavano trenta tonnellate e occupavano interi stanzoni ad essi dedicati.
In questa prima sala espositiva troviamo pertanto le pietre miliari che hanno costituito la preistoria dell’informatica: le memorie in ferrite, quelle a nastro magnetico, il primo disco rigido (del diametro di 1 metro e mezzo!!), il modulo di controllo dell’Apollo 11, i computer a valvole e a relays, ognuno di essi meriterebbe una pagina dedicata e una breve spiegazione, ma non possiamo dilungarci troppo. Sicuramente per il Computer History Museum è un progetto molto più ambizioso del nostro, facilitato dalla locazione geografica (la Silicon valley) e gli incredibili generosissimi finanziamenti di tutte le industrie presenti in zona.
Va precisato comunque che questo museo non inficia il primato al nostro in quanto a materiale Apple: essendo un museo così generico di fatto abbiamo poi appurato che non possiedono tutto quello che Apple ha prodotto, a differenza di noi che siamo prossimi al completamento dell’intera produzione. Ciononostante l’History Museum è veramente impressionante, per mezzi, per spazi, per rarità dei prodotti esposti, e anche per il fatto che posseggono una cosa che sicuramente ci farebbe molto felici: ben tre esemplari di APPLE I.
Non mancano diverse stranezze e rarità Apple, a cominciare dal Powerbook 170 multicolore donato dall’ex CEO John Sculley e un APPLE II in arabo. Sconvolti da tanto materiale, e da tanta ricchezza economica, stiamo per lasciare il Computer History Museum, quando ci viene un moto di coraggio: quando mai saremmo ritornati lì? Quale migliore occasione per farci conoscere, per parlare di noi anche se tanto piccoli economicamente parlando, ma tanto ricchi sul fronte Apple?
Raccogliamo quindi le nostre forze, e chiediamo di poter parlare con qualcuno dello staff del Museo. Dopo qualche perplessità ci riceve uno dei dirigenti, John Toole, il quale ci fa salire al piano superiore del ‘Visible Storage’ (non vi dico che sfarzo di locali) e ci fa accomodare in una saletta dove possiamo parlare comodamente. Gli raccontiamo tutto di noi, del nostro museo, della nostra gita in Apple, al garage di Steve, e della possibilità di iniziare una collaborazione tra i due musei, volta a colmare le lacune reciproche in campo Apple. John si mostra interessato: ‘non abbiamo tutto di Apple, anzi… non essendo specifici di questa marca, ci manca parecchio materiale, e non è facile trovarlo in abbondanza; potremmo iniziare scambiandoci gli elenchi del materiale in surplus, che ne dite?’ Che ne diciamo? Beh, non capita tutti i giorni di ricevere una proposta di scambio da un museo con 75 milioni di dollari di capitale… ma il più bello deve ancora venire. John ci porta ‘dietro le quinte’ del ‘visible storage’, il magazzino. Qui dentro, vediamo cosa è in cantiere e verrà esposto nei prossimi anni; una distesa sterminata di computer enormi e accessori più o meno piccoli, molto materiale ignoto, molto materiale Apple, tutto rigorosamente serializzato e catalogato, pezzo per pezzo. La visita si conclude con l’acquisto di qualche gadget (anche loro hanno le tazze (mugs), le magliette, i libri… usciamo quasi ubriachi, e contenti di aver avuto il coraggio di parlare, farci conoscere e iniziare anche questo rapporto diretto di collaborazione: un altro successo per l’All About Apple!
